Foto di Davide Maria Palusa
Avete mai pensato a cosa si nasconde nelle case alle vostre spalle? E in quelle del Villaggio del Sole?
Vogliamo lanciare una riflessione su ciò che sta dentro le case per comprendere il rapporto tra la staticità dei muri e il continuo susseguirsi di persone, oggetti, tradizioni e abitudini.
Lo sguardo è indirizzato in particolare a quei quartieri definiti “residenziali”: se <<risiedere>> significa <<avere la dimora “fissa” in un luogo>>, alla fine qui di davvero “fisso” non rimane che il ricordo quando si decide di lasciare la propria casa.
Proprio il quartiere del Villaggio del Sole è esempio di un’incredibile mobilità umana: alcuni appartamenti sono “a riscatto”, altri sono affidati a inquilini temporanei, altri sono stati comprati e affittati a studenti e studentesse, altri, forse per il prezzo più esiguo, sono divenuti di proprietà di ragazzi e ragazze giovani o neo-famiglie.
Esistono storie di grandi ritorni a casa, ma anche di abbandoni o trasferimenti improvvisi, che comportano un continuo svuotare e riempire lo spazio in modi totalmente diversi a seconda dell’età, della provenienza geografica e della esperienze più intime fatte nello spazio “casa”.
Chissà quante persone, animali e cose hanno attraversato proprio quell’appartamento o varcato la porta d’ingresso; quali relazioni hanno contaminato lo spazio, quali eventi sono stati celebrati dietro le finestre illuminate; e infine…quanti oggetti sono stati spostati lungo la tromba delle scale, buttati o comprati per rendere “casa” spazi anonimi e vuoti.
“Veniamo da una tradizione architettonica che ha voluto immaginare e adattare lo spazio abitabile al corpo umano inteso in termini strettamente anatomini” (1): abitazioni studiate in modo così preciso e immobile, ma abitate sempre con sguardi e creatività diverse.
Provate a pensare… almeno una volta nella vita entriamo in quella fase di ricerca di una casa che comporta una consecutiva fase del trasloco. “Andiamo a vedere le case nuove dove ci trasferiremo, sono spazi vuoti che al momento possono anche comunicarci ben poco. Dobbiamo riempirli con la fantasia, iniziare a raccontarceli, immaginare lì dentro i nostri movimenti, la coreografia del nostro quotidiano.
È un processo lungo.” (2) Poi arrivano i traslochi che devono essere fatti di fretta e “sono come il giudizio universale: si salva qualcosa e si condanna all’oblio il resto in un attimo.” (2) Eppure “è il trasloco che fa la casa (…), perchè è attraverso la scelta degli oggetti che la costruiamo facendo il catalogo di un mondo possibile.” (2)
Con i podcast “le case del Villaggio: storie d’infanzia, traslochi, ristrutturazioni, processi creativi attraverso i quali gli abitanti hanno dato identità alle case” vogliamo dare voce a questi mutamenti dello spazio che corrispondono ai cambiamenti delle persone.
Abbiamo proposto domande semplici, come:
“Da quanto abiti al Villaggio del sole? C’è un oggetto che hai portato con te dall’abitazione precedente? Come era questa casa quando sei arrivat*? Sei intervenut* per modificarne gli spazi? Dopo quanto tempo hai iniziato a sentirla come casa tua? Qual è il tuo spazio preferito e quali sono gli oggetti che ti fanno dire di essere a casa?”
Abbiamo ascoltato scorci di vita che sarebbero rimasti dimenticati tra le pareti e i cortili dei condomini e abbiamo imparato che “cambiare casa è sempre una rivoluzione” (2).
Riferimenti bibliografici:
- Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità di Emanuele Coccia
- Il trasloco è un giudizio universale (su chi saremo): ci fa paura e ci rianima