Testo di Ilenia Iuri
Ilenia Iuri è dottoranda in composizione architettonica e urbana presso l’Università degli Studi di Trieste. La sua ricerca si concentra sullo studio della città contemporanea sotto il punto di vista di una ipotetica esasperazione della deriva individualista, quasi annunciata. Precedentemente ha conseguito la laurea in Architettura con una tesi sul concetto di confine dentro e fuori le nostre città, come strumento dell’uomo per comprendere lo spazio che lo circonda e abitarlo.
Ilenia in questo testo ci propone una sua riflessione sullo spazio pubblico al Villaggio del Sole.
Lo spazio pubblico è in crisi. Le panchine sono vuote. Le zone pedonali deserte. I muretti su cui ci si sedeva nelle sere d’estate, ormai, sono solo dei limiti di proprietà privata.
In un’ottica in cui la città è un susseguirsi di forze invisibili che contrappongono due facce della stessa medaglia (pubblico e privato, individuale e collettivo, centro e periferia), la dicotomia per eccellenza che alimenta la città è quella tra spazio pubblico e spazio privato.
Ma cos’è di preciso lo spazio pubblico? La più immediata e comune definizione nell’immaginario collettivo è l’identificazione in “tutto ciò che non è privato, chiuso e intimo come la propria abitazione”, quindi uno spazio composto da tutti quegli ambienti “esterni” come strade, piazze, parcheggi, parchi. Prendendo come caso-studio il Villaggio del Sole (quartiere a 2 km dal centro di Udine), esso può essere osservato come un vetrino al microscopio in cui studiare l’alternanza tra edifici residenziali, destinati ad una vita più riservata, e gli ambienti esterni pubblici, aperti e dedicati all’incontro e all’utilizzo in comunità.
Eppure, se si considerano i comportamenti umani come fondamento per comprendere il funzionamento della città, si nota sicuramente un attuale “cortocircuito” in quella tendenza: l’essere umano fatica a creare un “branco” nello spazio pubblico. L’uomo è un “animale sociale” e lo spazio pubblico dovrebbe accogliere lo slancio condiviso della vita umana al di fuori delle mura domestiche. Eppure, nonostante queste premesse fisiologiche, nell’epoca contemporanea piazze, giardini o viali non vengono utilizzati come ci si aspetterebbe durante il processo progettuale dell’architettə.
Cosa è successo nella nostra società per far desistere l’individuo a occupare quegli spazi che sono di tutti? A incontrare altri individui e confrontarsi con loro? Sociologi e ricercatori del comportamento umano e sociale hanno evidenziato una possibile ragione, sempre più diffusa: la paura. Nello specifico la paura di mescolarsi con altri individui diversi, o quella che un noto studioso (Zygmund Bauman) ha definito “mixofobia”. Nella società contemporanea si è andato spegnendo in maniera evidente quel senso di appartenenza a una rete sociale che ha per millenni caratterizzato la natura umana, portandoci ad abbandonare lo spazio pubblico e a renderlo, nella maggior parte dei casi una semplice corsia che collega un punto della città a un altro.
La domanda sorge spontanea: in una società che ha paura e si sente a disagio nell’occupare uno spazio di condivisione come una piazza, ha senso progettare e pensare lo spazio pubblico come un elemento fondante della città? Forse no.
La città si sta lentamente dirigendo verso la materializzazione di uno spiccato atteggiamento individualista che porta l’essere umano a concepire lo spazio come spazio personale, individuale, costruendo sempre più limiti visibili e invisibili che ripartiscono la città. L’individuo non si sente attratto da quegli spazi in cui si prevede un suo avvicinamento al “diverso” e la conseguenza di questo cambio di rotta è una serie di luoghi abbandonati a sè stessi, pieni di opportunità e di sforzo progettuale ma che rimangono vuoti.
Se l’individuo non è più abituato alla condivisione dello spazio, quindi perchè continuare a progettarlo se inutilizzato?
Il Villaggio del Sole a Udine si presenta proprio così: è il frutto di una promessa degli anni ‘60 la cui progettazione rispecchia e condivide in toto la declinazione di “città ideale” di quegli anni. A un occhio esterno, l’intero quartiere è un susseguirsi di spazi caratterizzati da un’alta qualità progettuale: edifici residenziali composti da appartamenti ampi per famiglie numerose, luoghi pensati per la condivisione, la coabitazione dell’intera popolazione e molti angoli verdi alberati.
In tutta la fase di ricerca all’interno del progetto “Immagini di una Valle Urbana”, l’attenzione è stata puntata sulla percezione del quartiere da parte dei suoi abitanti, a partire dall’idea che hanno dello spazio residenziale offerto dalla progettazione InaCasa negli anni ‘60 e soprattutto di quegli spazi definiti “tra le case” o “pubblici”, in quanto non privati, destinati ad un’idea di condivisione ma anche, perchè no, di incontro e scontro. Sono quei luoghi nel tempo lasciati vuoti, desiderosi di essere di nuovo fruiti ma non abbastanza allettanti per accogliere nuovamente una comunità che forse cambia troppo rapidamente per potersi definire tale.
Eppure, forse non è un caso, se agli abitanti del Villaggio del Sole si domanda “che cosa rende il Villaggio unico e riconoscibile?” la risposta sarà quasi sempre “i portici”, un bordo permeabile che delinea la zona più “pubblica” dell’intero villaggio nonché fondale di numerosi racconti e aneddoti che vanno oltre il divario generazionale tra gli abitanti di oggi e di ieri. I portici, infatti, fanno da raccordo tra gli edifici residenziali e la piazza del villaggio (Piazzale Carnia). Con una premessa tale, questo limite poroso avrebbe dovuto accogliere eventi più o meno spontanei di una vita comunitaria e amicale. Emblematica, però, la mancanza di panchine o elementi di arredo urbano che permetterebbero di sostare in questo spazio, come una aperta manifestazione del segno dei tempi: lo spazio pubblico, di nuovo, è in crisi. E se l’uomo ha perso la capacità di definirlo, forse è del tutto superfluo e inutile pensare che all’interno della città sia davvero necessario? A voi possibili riflessioni.