Il progetto

L’architettura conquistata

un progetto di ricerca etnografica sulla conquista dell’architettura del secondo Novecento, che parte dal caso-studio Parco Ardito Desio (o KK)

Premessa

Tra il 1956 e il 1963, la costruzione del Villaggio del Sole punta l’attenzione sull’espansione e conseguente pianificazione della zona Nord-Ovest di Udine. La costruzione del quartiere, spinto dal programma INA-Casa, aveva l’obiettivo di offrire alla popolazione case di edilizia residenziale pubblica. Questo nuovo attrattore residenziale era collocato nella campagna friulana e vi era estrema consapevolezza della sua possibile emarginazione dai servizi collocati prevalentemente nel centro cittadino: ciò ha portato alla progettazione, nei 20 anni successivi, di diverse infrastrutture, come il Polo universitario dei Rizzi, e a un’ulteriore espansione edilizia, come l’attuale zona residenziale di Via Mantova.

Negli anni Novanta del Novecento rimase un vuoto urbano tra i nuovi centri a nord-ovest della città che spinse l’amministrazione a commissionare la realizzazione di una vera e propria cerniera di collegamento che potesse offrire al quartiere, e a tutta la zona, uno spazio per l’uso collettivo.

In quel periodo storico, di grande euforia sociale ed economica, unita all’occasione dei grandi interventi per la costruzione di impianti sportivi e ricreativi di Italia Novanta, ecco che compare, tra il Villaggio del Sole e i Rizzi, un’area pubblica nata con il nome di “Giardino Piazza Peep ovest-nord” che ha assunto nel tempo nomi, caratteri, significati e identità molteplici. Per alcuni è un parco (Parco Ardito Desio, in onore dell’esploratore e geologo friulano che scalò il K2 nel 1954; Parco Polesello, in onore del suo progettista; Parco di cemento, poiché il materiale preponderante nella sua realizzazione è proprio il cemento a vista; parco dei Rizzi-Udine, per la sua posizione), per altri è un cantiere, o anche KK, ovvero Kantiere Klan, nell’accezione associatagli dai primi “conquistatori” del parco.

Il progetto l’ArKitettura Konquistata, promosso da Cas*aupa APS con il supporto della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, intende narrare gli sviluppi spaziali e sociali del KK, o “Giardino Piazza Peep ovest-nord” (così come venne chiamato dal suo architetto Gianugo Polesello quando fu costruito nei primi anni Novanta), per valorizzarlo attraverso la ricerca etnografica.

Il progetto architettonico del Parco Ardito Desio e il tema del vuoto

fonte internet

Nato con lo scopo di essere un vuoto in cui potessero attivarsi delle nuove relazioni per la città, oggi il parco è uno spazio pubblico dai confini ben delineati, aree definite e funzioni a tratti riconoscibili e a tratti lasciate al caso. L’obiettivo dell’architetto G. Polesello era trasmettere una chiarezza formale attraverso forme in cui ogni abitante potesse ritrovarsi e orientarsi.

Gli ampi spazi liberi da costruzioni vengono delimitati in maniera decisa in pianta, con l’utilizzo di forme geometriche pure e semplici, direzionate da direttrici che collegano idealmente i poli attrattori di cui sopra, enfatizzando l’idea del vuoto come strumento progettuale e pregno di significato architettonico tanto quanto le grandi colonne o i setti interrotti che aiutano nella percezione dello spazio.

Se in pianta le forme geometriche sembrano elementi pesanti e decisioni limitative nell’uso degli spazi, la loro percezione viene completamente stravolta una volta che ci si trova a camminare all’interno.

Foto di Alessandro Pascolini

Il tema del vuoto viene percepito in maniera chiara ed immediata come sintomo della volontà di Polesello di concepire la città anche attraverso queste occasioni di mancanza di tutto ciò che rende l’architettura materiale: il vuoto è colmo di significato per l’architetto, che se ne serve solo attraverso dei piccoli indizi utilizzati come punti di inizio e di fine, attraverso i percorsi oppure servendosi della scansione visiva mediante elementi verticali ritmati. Questi sono i simboli del Parco Ardito Desio: il vuoto, le forme geometriche pure in un disegno perfettamente armonico anche se apparentemente calato come un’astronave nel centro di un altro vuoto urbano e la mancanza della sensazione di limitatezza che parrebbe se visto semplicemente come disegno sulla carta.

All’interno del parco, la disposizione delle colonne, dei setti murari e padiglioni che contrastano con il termine evocativo ad essi associato (quasi necessitanti di un nuovo nome, gli anti-padiglioni), permettono a diverse funzioni di trovare il proprio spazio prediletto. Si trova la grande piazza con copertura in travi reticolari e materiale trasparente, sorretta su tre lati da muri in cemento armato aperto da grandi varchi che ne permettono il passaggio; due gradinate che si rivolgono a due punti differenti del parco: una verso la strada separata da un ampio spiazzo lastricato, mentre l’altra suggerisce un ipotetico utilizzo come teatro all’aperto con fondale in cemento; la zona più grande del parco è destinata al verde, delimitato da filari ordinati di alberi che ne sottolineano la pianta perfettamente quadrata e che separano l’interno, dedicato ai giochi per i bambini, e l’esterno, ovvero il luogo destinato ai due “padiglioni”, uno quadrato e uno triangolare, posizionati come punti di partenza e arrivo di un percorso pedonale lastricato che taglia in due il quadrato verde.

La narrazione del parco

Nonostante il suo pregio, ad oggi il parco sembra essere preceduto da una narrazione negativa, influenzata sicuramente dalle decisioni progettuali prese negli anni Novanta: il parco è frutto di un progetto top-down sia nella scelta della disposizione degli spazi molto vasti, sia nella scelta dei materiali, come per esempio l’utilizzo del cemento armato a vista non del tutto accettabile dagli abitanti. All’epoca non ci si aspettava, forse, che questo avrebbe influenzato lo sviluppo socio-antropologico del contesto.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, inoltre, non permette di tutelare edifici pubblici che hanno meno di 70 d’età, questa condizione ha risvolti negativi e positivi: se da un lato il Parco è poco conosciuto perchè non salvaguardato formalmente e raccontato adeguatamente, dall’altro lato gli è permesso di cambiare, modificarsi ed è consentita la sua innocente contaminazione e conquista con pratiche ed usi sovrapposti, e anche molto diversi. 

L’occasione di raccontare attraverso una nuova narrazione questo luogo parte proprio da qui: dalla sovrapposizione delle scelte progettuali con le pratiche in essere, che ne hanno, in qualche modo, assegnato un destino del tutto particolare a questo luogo, non relegabile a sola isola marginale e stereotipata nella città. 

Sono passati circa 30 anni dalla sua costruzione e tutta la sua storia forse ha bisogno di essere analizzata, sintetizzata e portata alla luce per offrire una narrazione coerente con quanto è stato, ma soprattutto per spiegare perché proprio qui si sono attivate delle dinamiche aggregative e sociali importanti che hanno reso il parco patrimonio materiale e immateriale della comunità.

Tre architetture del secondo Novecento in Friuli Venezia Giulia a confronto

Partendo dal caso-studio del Parco Ardito Desio, si sono identificati altri due luoghi emblematici della regione e rappresentativi dell’espressione linguistica del moderno Novecento: il quartiere popolare di Rozzol Melara a Trieste (1968-1982) e l’edificio industriale Cartiera Romanello a Campoformido (1956).

Tutte e tre queste architetture fanno parte di quel 45% delle costruzioni delle città italiane realizzate nella seconda metà del Novecento: un costruito moderno imponente, ma ancora non approfondito.

Fonte internet

Anche se rappresentano tipologie di spazi molto diversi, alcuni pubblici, altri privati, uno a carattere aggregativo/sportivo, uno industriale ed uno residenziale, nascono mosse da ideali sociali ad esse collegate e oggi sono accomunate dai processi interni che, partendo dagli abitanti di questi luoghi, vengono inondati da percorsi autonomi di risignificazione.

Fonte internet

Il quartiere residenziale di Rozzol Melara è un gigantesco insediamento situato nella periferia di Trieste progettato nella seconda metà del Novecento come una città autosufficiente, molto confinata, ma con una visione utopisticamente ottimista per 2500 abitanti.  L’idea affidata alla progettazione di questo imponente edificio-quartiere era quella di ricreare situazioni di vita comunitaria mediante l’allestimento di spazi collettivi decisamente ampi. Qui il vuoto intimorisce l’abitante che, davanti alla sua apparente illimitatezza, non riesce ad abitarlo come avrebbero voluto i suoi progettisti. Se vuoi saperne di più clicca qui!

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L’edificio ormai chiuso e in abbandono della Cartiera Verde Romanello, invece, sorge a Campoformido e copre un’area di circa  28.847 mq, divisi tra area di lavoro e lotti adiacenti più o meno verdi, in una zona delimitata da arterie infrastrutturali di collegamento importanti. La chiusura dello stabilimento e il successivo abbandono della struttura ha portato ad un tentativo di riappropriazione del suo immenso spazio interno vuoto che potrebbe consentire di immaginare un epilogo differente in funzione e immagine per lo spazio. Se vuoi saperne di più clicca qui!

Fonte internet

Domande e temi di ricerca 

Le tre architetture scelte sul territorio regionale hanno destinazioni d’uso diverse, ma sono connesse da processi di riappropriazione analoghi che delineano i temi e le domande di ricerca.

L’espressione artistica ha a che fare con la conquista dello spazio vuoto?

Perchè in alcuni spazi ci sentiamo legittimati a contaminare lo spazio e in altri no? In particolare che cosa ha permesso alle persone di agire autonomamente sul parco e farlo diventare il KK?

Il parco come caso-studio di riconquista del vuoto

Qualcuno all’inizio degli anni Novante si sarebbe mai immaginato questa evoluzione su ciò che era definito brutalmente una “gettata di cemento” in un vuoto urbano? Eppure, il pregio architettonico di questo spazio risiede proprio nella forma e nella sua possibilità di essere contaminata.

Il parco è oggi luogo duttile e in cui si riversano usi e pratiche del tutto eccezionali per la città, che grazie allo strumento dell’arte si esprime attraverso i colori, il corpo e la musica e permette di riconquistare tutti quegli spazi apparentemente poco funzionali e accessibili, arricchendoli di significato. Il Parco Ardito Desio diventa quindi esempio lampante di una progettazione architettonica apparentemente limitante, ma che offre un’occasione per far sì che la forma divenga funzionale in maniera del tutto autonoma da parte dei suoi abitanti.

«(…) è chiaro che il disegno urbano non ha a che fare con la forma in se stessa, ma con la forma come è vista e usata dagli uomini » Kevin Lynch

Svuotato dalla pratica artistica e performativa, il parco sarebbe un luogo vuoto: l’espressione artistica permette la riconquista degli spazi inutilizzati, di entrare nei luoghi di aggregazione oppure renderli tali. La città informale grazie a questo strumento si esprime. Questo accade sempre più spesso: spazi abbandonati o dismessi, pubblici e privati, sono fatti rivivere attraverso la produzione artistica e culturale come strumento per la riappropriazione identitaria di uno spazio vuoto

Questo però non basta, c’è bisogno di una nuova narrazione sia interna che esterna per dare dignità e trasmettere il valore di questo processi. La ricerca etnografica sarà il metodo che permetterà di far emergere percezioni, storie, ricordi, affetti depositati qui, in modo da raccogliere le testimonianze di come e perché le persone scelgono di insediarsi in un determinati spazi, riempirli, conquistarli e farli luogo dell’abitare, anche laddove l’abitare sembra impossibile

Incontreremo per questo generazioni di abitanti dei quartieri limitrofi che vi hanno trascorso la gioventù e l’età adulta, lasciando tra le colonne e i muri in cemento ricordi, affetti ma soprattutto azioni rigenerative.