Ma una storia normale va raccontata sì o no? Certo che sì! E c’è una ragione? Certo che c’è! E qual è? La ragione sta proprio nella sua scontata normalità…
E’ la storia di Giorgia e Paolo, nati e cresciuti nello stesso quartiere. Meglio: nella stessa porzione di città, la porzione nord-ovest di Udine, per la precisione il Villaggio del Sole. Lui al terzo piano, lei più sotto a un piano rialzato, non dello stesso condominio, ma di un condominio a meno di un tiro di schioppo da quello di Paolo. Era stato un amore a prima vista o, forse più probabile, il solito amore di posizione.
Ma non anticipiamo i tempi e ascoltate. Lui, operaio metalmeccanico da sempre. Da Corbellini prima, presso un Bertoli, ramo minore, poi e fino al pensionamento precoce, come allora era ancora possibile.
Lei commessa in un negozio di biancheria, in centro. Collaboratrice di fiducia. Sotto le feste, andata in pensione, Giorgia veniva richiamata dall’ex-principale a dare una mano per le vendite straordinarie, sotto Natale o nella stagione delle liquidazioni.
Giovani, si erano sposati. Un paio d’anni dopo la fine della naja, che Paolo aveva assolto qui in Friuli, allora territorio cosparso di caserme come di funghi i prati d’autunno. Patrizia era nata dopo i canonici nove mesi. Allora si rispettavano ancora, non sempre, le norme della Chiesa. Con qualche eccezione, è vero! Ahi, allora le chiacchiere, quante chiacchiere in quartiere! Non era stato il loro caso.
Dei vecchi genitori il primo ad andarsene era stato il padre di lui e, nell’appartamento al terzo piano si erano insediati, prima in compagnia della suocera e madre, poi — finalmente da soli — Giorgia e Paolo. Alla morte anche della mamma di Giorgia — un gruzzoletto di risparmi da parte, un po’ in forza dell’eredità (il padre di lei aveva preso il grande largo ben prima) — si risolsero ad acquistare una casetta a schiera, non lontano dal Villaggio, anche se amministrativamente in altra parrocchia.
Intanto Patrizia cresceva. Dopo il diploma di ragioniera aveva subito trovato — inizio anni Novanta — lavoro in banca. Di lì a poco si era a sua volta sposata regalando a Giorgia e a Paolo un bel nipotino. Oggi Luca, quel nipote, frequenta ingegneria. Una bella testa, non c’è che dire. Finita la triennale, ha imboccato senza soverchi indugi la via della specialistica.
Patrizia intanto si è separata. “Cosa s’ha da fare?” — commenta tra lo sconsolato e il rassegnato Paolo quando un giorno e, in vena di confidenze, mi racconta: “Meglio così, che lanciarsi i piatti, odiarsi sotto lo stesso tetto per un malinteso amore del figlio Luca che — già grande — più di tanto non ne aveva sofferto. O almeno così aveva dato ad intenderla.”
Per l’economia del racconto poco cambia essendo Giorgia e Paolo i protagonisti indiscussi della storia che vado raccontando. Ma ora che vita conducono i due nostri eroi? A domanda rispondo: fanno i pensionati, indaffarati, ma felici. Portano a spasso il cane, ora lui ora, più raramente, lei. Di cani ne hanno avuti sempre. Tutti amati e ben accuditi. Perfino coccolati. Con grande senso della misura, però.
E poi la spesa settimanale e la ginnastica dolce. Da alcuni anni hanno recuperato il ballo. Paolo ha lasciato anche quella parvenza di impegno politico che aveva a lungo esercitata presso il Circolo Operaio. Ora non ha più fiducia che qualcosa si possa cambiare con la buona volontà. Meglio dedicarsi alla cura della propria vita che non è infinita. Su quest’ultimo punto ha ragione. Non però sul fatto che nulla si possa cambiare con l’impegno individuale che si fa collettivo.
Un esempio?
Prendiamo il volontariato solidale.
Tramite quell’attrezzo si possono aiutare famiglie in forte disagio materiale.
E’ poco? Certo, è poco, ma è meglio di niente, meglio che l’indifferenza, l’apatia, l’accidia che addormenta il cuore.
Ed è la maniera di praticare un internazionalismo concreto, che abitui ad abbattere i pregiudizi, le invidie, i rancori. Sentimenti inconfessati, da decostruire con ragionamenti precisi, ripetuti e soprattutto con azioni conseguenti: la donazione di una spesa solidale, ma anche l’indicazione di un orizzonte plurigenerazionale, a medio e lungo termine.
Sin tratta di un antidoto al veleno del nazionalismo comunque declinato.
E poi la decifrazione dei misteri della politica internazionale adoperando criteri scientifici, approssimazioni sì, ma approssimazioni progressive.
E qui mi fermo.
I canali restano aperti. Paolo e Giorgia restano dalla nostra parte e chissà che quest’anno non vengano anche loro al Primo Maggio degli internazionalisti friulani, come hanno usato fare per parecchi anni.
Lo speriamo, lo speriamo…
Ore 9.00 dell’otto maggio del 2024