Cartiera Verde Romanello

L’edificio ormai chiuso e in abbandono della Cartiera Verde Romanello, ex impianto industriale destinato alla fabbricazione di carta e cartoni, sorge a Basaldella di Campoformido e copre un’area di circa 28.847 mq, divisi tra area di lavoro e lotti adiacenti più o meno verdi, in una zona delimitata da arterie infrastrutturali di collegamento importanti. 

Lo sviluppo storico della Cartiera copre un arco di tempo di ottant’anni. L’azienda nasce e si costituisce giuridicamente il 25 aprile 1925 e fino al 1935 la superficie coperta era di 1.068 mq (3,6 % del totale attuale). Ma è dal 1956 che inizia a crescere sia come estensione che come fatturato, diversificando la produzione da carta grigia e carta paglia ai sacchetti di carta, fino all’utilizzo di macchinari per il macero. In questo periodo inoltre si inserisce nel contesto imprenditoriale friulano che stava emergendo grazie a Camillo Malignani (figlio di Arturo Malignani, imprenditore e inventore dell’illuminazione elettrica) e l’Associazione degli industriali di Udine.

In questo lungo percorso di crescita il contesto urbanistico si è evoluto raggiungendo, praticamente dal nulla, un’alta intensità di insediamenti residenziali, che oggi stringono la cartiera su due lati. Lo sviluppo urbanistico degli anni Sessanta ha infatti soppiantato la campagna originaria circostante per collegare in maniera sempre più efficace lo stabilimento industriale che all’epoca iniziava a rappresentare un’occasione sociale ed economica per l’intero territorio. 

Dal punto di vista architettonico non vi sono molte informazioni sulla composizione della Cartiera Romanello. Eppure ogni luogo ha degli aneddoti da raccontare: all’interno del sito passa la roggia di Udine, un piccolo canale che attraversa l’area e ha permesso all’impianto industriale di sfruttare la disponibilità idrica e la forza motrice dell’acqua per lo sviluppo delle attività. La roggia divide il lotto in due, si parla infatti di cartiera in riva sinistra e depositi di materia prima all’aperto di riva destra. L’espansione avviene quasi totalmente sulla riva sinistra della roggia di Udine.

Oggi non si conosce molto della storia Cartiera Romanello, se non le sue vicende politiche e amministrative che hanno portato alla chiusura dello stabilimento e il successivo abbandono della struttura, oggi sottoposta a custodia giudiziaria. Quello che ne deriva dalla vicenda, esposta ai telegiornali locali, e alle conseguenti manifestazioni durante gli anni, è il tentativo di riappropriazione del suo immenso spazio.

La Cartiera rappresenta solo uno dei tanti casi di abbandono dei territori divenuti improduttivi a causa della crisi, facendo parte di quella desolazione dei distretti industriali segnate da capannoni dismessi. Qui il vuoto non è strumento progettuale, ma è causato dell’abbandono e dalla dismissione degli spazi. Mappare questi territori è difficile: “il rapporto tra capannoni attivi e inattivi è in continua evoluzione, molti di essi vivono in modo intermittente (…) alla incessante ricerca di una nuova immagine capace di riaffermarne la presenza in un contesto agonizzante”.

“Il capannone può essere visto come un tassello di un puzzle complesso, quello della città diffusa, su cui mettere a punto una azione di riciclo che, non esaurendo la sua carica entro i limiti dell’involucro, potrà contaminare l’immediato intorno innescando processi rigenerativi in ambiti spaziali più estesi.” Il declino della Terza Italia di Luigi Coccia e Alessandro Gabbianelli in Riciclasi Capannoni, Recycle Italy, Roma, 2015

La cartiera rappresenta oggi un altro esempio di come il vuoto, nato dal ciclo di vita dell’architettura e le sue funzioni originarie, sia attrattore di una risposta fisiologica dell’uomo che repelle l’idea di lasciare incontaminato uno spazio privo di apparente definizione funzionale e sterminato nelle possibilità di utilizzo.

Il tema del vuoto e del suo essere occupato, contaminato ed estrapolato dalla sua anonimità, fa della Cartiera un altro esempio di come, attraverso l’arte, lo spazio tenta una rinascita con altra funzione e altri attori in gioco, frutto di una rivalsa, forse, generazionale che coglie l’occasione di riacquistare luoghi che hanno perso le loro connotazioni originarie, sintomi di aspettative disilluse, ipotizzate in anni non troppo lontani da noi anagraficamente.

Conosci altri spazi che secondo te avranno un simile sviluppo? Quante mega-strutture industriali o commerciali avranno lo stesso epilogo? Esiste una soluzione per ri-significarle?